La normativa italiana sulle scommesse torna nel mirino della Corte di giustizia europea. L’Avvocato generale Cruz Villalón ha infatti suggerito alla Corte di deliberare che gli articoli 49 e 56 del Trattato di Lisbona vengono violati dal sistema di concessioni e autorizzazioni per la raccolta delle scommesse in vigore nel nostro paese.
La causa è stata lanciata dalla Stanley Ltd, un bookmaker inglese che tramite intermediari raccoglieva giocate in Italia senza avere la necessaria autorizzazione dei Monopoli di Stato e che di conseguenza ha dovuto chiudere alcune strutture a causa di una sentenza emessa dal Tribunale di Trani.
Una disposizione evidentemente illegittima, come testimonia la giurisprudenza europea che risale al 2003, con il famoso “caso Gambelli”, poi confermata dalla sentenza Placanica del 2007. Al centro di questi verdetti è la libera concorrenza tra partner comunitari, violata dal governo italiano che tramite una serie di norme favorisce smaccatamente gli allibratori italiani per ottenere un maggiore gettito fiscale.
Le norme europee, tuttavia, sanciscono che discriminare operatori stranieri è legittimo solo se lo stato membro dell’Unione Europea punta a scoraggiare il gioco d’azzardo. Un caso ben lontano da quello dell’Italia che al contrario promuove una valanga di giochi, dai gratta e vinci al Superenalotto, dal Lotto al Totocalcio, fino alle lotterie e ai casinò.
I bookmaker stranieri, del resto, spesso offrono al consumatore un servizio molto migliore di quelli italiani. Subendo un prelievo fiscale molto inferiore nei paesi d’origine, questi allibratori possono infatti permettersi di offrire quote più competitive.
Per contrastare l’ovvia attrattiva dei bookmaker esteri, nel 2007 il ministero dell’economia ha provveduto a oscurare i loro siti internet, con una operazione già contestata dalla Corte di giustizia europea. Ma dato che aggirare tecnologicamente l’oscuramento non è troppo difficile per gli internauti esperti, questi bookmaker continuano ad ottenere la fiducia di molti italiani.
Come si legge nei suggerimenti (peraltro non vincolanti) inviati oggi alla Corte di giustizia, che dovrà deliberare a primavera, l’avvocato generale contesta anche le modalità con cui sono state assegnate le concessioni attraverso il Decreto Bersani sulle liberalizzazioni.
Quando nel 2006 è stato ampliato il numero delle concessioni, alcune norme capestro hanno impedito agli allibratori stranieri di presentarsi alle gare d’appalto con qualche possibilità di successo. A bloccarli, in particolare, è stato il divieto per i nuovi concessionari di collocare i loro sportelli al di sotto di una determinata distanza da quelli già esistenti.
“Le nuove disposizioni di gara Bersani (ma anche tutte le altre successive) – ha dichiarato Daniela Agnello, avvocato di Stanley, ribadendo le accuse di protezionismo al governo italiano – ignorano le condizioni imposte dal diritto comunitario e della sentenza Placanica, e sembrano piuttosto motivate dalla necessità di proseguire l’offerta di gioco, sino alla copertura capillare e integrale del territorio, e dall’esigenza di un considerevole incremento della raccolta erariale”.
“Adesso – conclude il legale – si deve attendere fiduciosi la sentenza della Corte nella consapevolezza che già l’Avvocato generale ha riconosciuto pienamente la discriminazione. Si auspica che la Corte risolva definitivamente e con estrema chiarezza questa incresciosa e imbarazzante incertezza del diritto nazionale italiano, che crea disagio e disparità di trattamento”.
Ph.: epo:redia




