Antonella Rossilli, educatrice della scuola dell’infanzia, racconta a Promoblog i problemi della scuola di oggi, come sono cambiati gli obiettivi dell’istruzione pubblica per la classe dirigente e come sia sempre più povera e standardizzata l’offerta formativa per i ragazzi.
Da quanti anni fai questo lavoro?
Lo faccio da trentasette anni, dal 1977.
È un lavoro che ho deciso di fare per scelta tramite concorso pubblico, come terreno di prova per me stessa. Molte donne, come me, hanno pensato che attraverso questo mestiere potevamo incidere sullo sviluppo cognitivo del bambino.
In quegli anni sono state assunte molte persone a lavorare, soprattutto molte donne. Si stava sviluppando la scolarizzazione di massa, una politica del governo di quegli anni. La riforma della scuola media è del ’69 e per metterla in pratica serviva molto personale.
Siamo stati la generazione di coloro che hanno deciso di fare questo mestiere intendendolo come una missione sociale che vedeva nella scuola uno strumento di compensazione rispetto a chi aveva di meno.
Negli anni precedenti era scolarizzato solo chi era benestante .
E’ stato un processo collettivo che, anche grazie ai sindacati, ha portato conquiste sia dal punto di vista dei contratti di lavoro collettivi che dal punto di vista cognitivo: si impara insieme per rispecchiamento, confronto e le differenze contribuiscono a dare un arricchimento.
Il senso di appartenenza ideologica a volte può essere un limite per la libertà.
Il nostro lavoro è sempre stato un work in progress dove non si smette mai di imparare e dove sono necessari continui corsi di aggiornamento.
Le ultime persone che avevano fatto solo le scuole elementari ormai risalgono a quindici anni fa. L’obiettivo della scuola per tutti era stato ottenuto grazie alla riforma sulla scuola dell’obbligo che dalla quinta elementare era stata spostata alla terza media.
Come è cambiata la scuola nel tempo?
Purtroppo i governi che si sono susseguiti nel tempo hanno sempre tentato di modificare la scuola.
Negli anni in cui io ho iniziato era cambiato il modo di insegnare: si era passati da un modello frontale dove l’insegnante da dietro la scrivania impartiva nozioni agli alunni che stavano dalla parte opposta, ad un modello dove si poteva attuare una psicologia attiva. In quegli anni era iniziato pure il tempo pieno nelle scuole.
Purtroppo poi i governi hanno cominciato a pensare che troppi cervelli pensanti non sono necessari in un mondo capitalista dove il lavoro è diventato sempre più settoriale, dove chi lavora è a conoscenza solo del suo frammento di attività rispetto all’intera catena di montaggio.
Oggi occorre l’operaio dequalificato in un lavoro a scomparti, quindi anche l’apprendimento può diventare tale, senza tener conto che connettere i saperi è importante ed è in base a questo principio che il nostro cervello memorizza ed elabora il mondo che lo circonda.
Un insegnamento a scomparti determina minore intelligenza e minore creatività dell’essere umano, insomma la sua morte cognitiva.
I governi hanno disincantato anche il ruolo di maestro facendo riferimento continuamente all’esempio del cattivo maestro sminuendo di fatto il nostro ruolo.
Si è pensato che era meglio diminuire le ore che un bambino passava a scuola preferendo l’idea che era meglio se lo stesso passasse più tempo con i genitori. È stato introdotto il sistema a moduli d’insegnamento.
Insomma tutti questi cambiamenti hanno impoverito l’offerta formativa e ridotto sempre più l’interesse dei genitori nei confronti della scuola. Ha fatto sì che diventasse passiva e appiattisse le ideologie piuttosto che essere critica e conflittuale col governo.
Durante il periodo berlusconiano prima e di Monti oggi prevale l’ideologia della performance dove si predilige la competività, e il modello Invalsi non è altro che la corretta rappresentazione di quanto questo modello performativo sia prevalente.
Le riforme prima della Moratti e poi della Gelmini che impatto hanno avuto sulla scuola?
I tagli alla scuola che sono stati fatti vanno incontro all’esigenza del governo di tagliare i fondi e di convogliare più persone nel settore delle scuole private, perche si potrebbe sviluppare un business enorme se se la scuola venisse privatizzata.
Quindi per spendere di meno si è deciso di attuare un orario a 27 ore. E’ questo l’obiettivo della riforma “meglio stare a casa con i genitori”.
Secondarizzare la scuola primaria e avere più persone per insegnare diverse materie è positivo per un sapere trasversale e per soddisfare le diversità individuali.
Giudica positivi gli accorpamenti che si stanno attuando sulle scuole?
No. Governa il sistema del risparmio e non sono positivi, la figura del dirigente è cambiata, prima era un insegnante che aveva competenze. Era un artigiano dell’educazione.
Con l’autonomia scolastica i dirigenti della nuova scuola, che dev’essere un’azienda, devono occuparsi di faccende più burocratiche e devono sapere altre cose rispetto al sapere scolastico.
Oggi il dirigente è un manager.
Più il dirigente è in sede e più è al corrente di ciò che avviene nell’istituto, accorpare più scuole rende ciò impossibile senza contare la fatica di dover dirigere scuole con un utenza di 1200 ragazzi.
Sulla base di quanto sta accadendo oggi, quali sono le prospettive future della scuola?
Prospettive negative. Il corpo degli insegnanti è stanco di lottare, sono anni che lotta, dalla prima riforma Berlinguer. Se ci arrendiamo crolla tutto il sistema politico e siccome non abbiamo un partito politico che ci difende, è difficile resistere, e nei comuni è ancora peggio.
In venti anni abbiamo abbassato il livello di qualità da 100 a 20.
Il 54% delle scuole non ha certificazione di agibilità.
Se le scuole dell’Aquila il giorno del terremoto fossero state aperte ci sarebbe stata una strage di ragazzini. In quelle circostanze gli insegnanti del luogo si sono prodigati al fine di aiutare i bambini a superare il trauma.
Chi è maggiormente penalizzato da queste riforme?
Siamo tutti penalizzati, da quello piccolo a quello di quindici anni, ormai tv istituzionalizzati senza più un sapere critico.




